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www.davideberto.it2026-04-06
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    I 10 ANNI CHE HANNO CAMBIATO LE BANCHE ITALIANE

    Dieci anni fa le banche italiane erano le più fragili d’Europa, sull’orlo del baratro.
    Gli stress test della Bce terrorizzavano il settore.
    Ricordi l’angosciante 2015?
    Veneto Banca chiudeva il suo bilancio con 968 milioni di perdita, la Popolare di Vicenza con oltre un miliardo.
    Il Monte dei Paschi di Siena, travolto dalle pluriennali perdite iniziate otto anni prima con l’avventura Antonveneta, tra Maggio e Giugno di quell’anno chiuse un aumento di capitale da 3 miliardi di euro.
    Non sarebbe bastato.
    Nel 2017 servì la precauzionale ricapitalizzazione che portò lo Stato italiano a diventare il primo azionista della banca senese.
    Domenica 22 Novembre, una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri firmò il Decreto Salvabanche, ponendo fine alle gravi difficoltà della Cassa di Risparmio di Ferrara, della Banca delle Marche, di CariChieti e della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio.
    Da allora è cambiato il mondo.

    La trasformazione in Spa delle banche popolari di maggior dimensione ha dato il via a un processo di aggregazione che, con l’iniezione di capitali freschi e anche pubblici, come si è visto nel caso di Mps, ha permesso al management di portare le banche italiane a un livello di eccellenza in Europa, sia per quanto riguarda la solidità patrimoniale, che per il livello di servizi alla clientela, non ultimo per la capacità di remunerare i denari investiti dai soci.
    Fu proprio il 2015 il momento di svolta, anche se nel 2020 Intesa toccò il minimo a 1,40, Unicredit a 6,38 e il Banco Bpm si adagiò a un euro.
    Fu allora che si sciolsero molti nodi.
    Rimase quello di Mps, per il quale servirono altri due anni: a fine 2017 il governo entrò nel Monte dei Paschi con la maggioranza delle azioni, ma la banca si salverà soltanto nel Novembre 2022 dopo l’ennesimo aumento di capitale, 2,5 miliardi di euro, che si aggiunsero ai 5,3 miliardi dell’operazione del 2017.
    Non è stata una risalita veloce.

    Le difficoltà della crescita economica italiana si sommarono nel 2020 allo choc del Covid, la pandemia che bloccò tutto.
    Ma dall’Ottobre 2020, quando le ferite e i lutti del Covid erano ancora vivissimi, nessuno in Europa ha fatto meglio delle banche italiane.
    Negli ultimi 5 anni, infatti, nessuno è cresciuto in Europa più di Unicredit, Bper Banca e Banco Bpm.
    Non solo, la quarta classificata, la tedesca Commerzbank deve molto della sua performance alle mire espansionistiche dell’italiana Unicredit, che ne ha fatto lievitare in maniera sensibile le quotazioni nel corso dell’ultimo anno.
    Intesa Sanpaolo, prima banca del paese, non è sul podio ma ha comunque visto crescere il valore delle proprie azioni del 261%, generosi dividendi a parte.
    Solo le due grandi banche spagnole, Bbva e Santander, forti anche della presenza in America Latina, hanno saputo tenere un passo adeguato.
    Le altre big continentali sono state limitate da difficoltà interne e dalle crisi delle rispettive economie: prima la Germania (Deutsche Bank è "solo" all’ottavo posto nella classifica dei rendimenti di Borsa) e più recentemente la Francia, con Bnp Paribas e il Crédit Agricole lontano da quei posti di vertice a cui ci avevano abituati per lungo tempo.
    Neppure i colossi continentali con sede al di fuori dell’area euro, come l’inglese Hsbc o la svizzera Ubs (alle prese nel periodo con il crollo e il salvataggio del Credit Suisse) hanno saputo avvicinarsi alle prime tre italiane, navigando con crescite importanti ma nella seconda metà della classifica.

    Tutti questi brillanti risultati (aumento della capitalizzazione, utili netti, dividendi generosi) delle banche tricolori, non dovrebbero però aumentare gli appetiti del governo sulla base di ipotesi che galleggiano ai bordi della manovra finanziaria.
    Se Roma ha dei meriti certi nel salvataggio del Monte dei Paschi e nel riordino del settore delle popolari, i risultati raggiunti sono dovuti all’economia di mercato e alla capacità delle singole banche di interpretare le esigenze della clientela.
    L’esempio più eclatante non è tanto in Unicredit, leader della classifica, ma in Bper e Banco Bpm.
    Dieci anni fa erano banche popolari di media dimensione, con un elevato livello di autoreferenzialità e un ridotto orizzonte territoriale.
    Non era ancora operativa la fusione tra la Bpm di Milano (la prima banca per cui ho lavorato) e il Banco Popolare di Verona, che si realizzerà solo all’inizio del 2017.
    Bper poi era ancora orgogliosamente la Popolare dell’Emilia-Romagna.
    Sono cresciute, si sono fuse, hanno abbattuto steccati e fatto acquisizioni, conquistato fette di mercato, ed ora sono lì in alto a testimoniare che la concorrenza, non l’assistenzialismo né il dirigismo, è la carta vincente in un’economia ampia e globalizzata.
  • E' tutto anche per il mese di Ottobre.
    Il mio augurio di un sereno fine settimana.
    Un caro saluto.

    Davide