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www.davideberto.it2026-04-06
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    TOO BIG TO FAIL (TROPPO GRANDE PER FALLIRE)? UN'ANALISI DELLA SITUAZIONE DI OPENAI

    Nei giorni scorsi la rivista americana Time ha dedicato la sua immagine di copertina agli architetti dell'Intelligenza Artificiale (AI o IA).
    Proprio "per aver dato vita all'era delle macchine pensanti, per aver stupito e preoccupato l'umanità, per aver trasformato il presente e superato i limiti del possibile, gli architetti dell'AI sono la persona dell'anno 2025 di Time".
    L'immagine di copertina vede Sam Altman, Jensen Huang, Elon Musk, Mark Zuckerberg ed altri ancora su una trave di acciaio, come nella famosa foto degli operai che pranzano sospesi sui grattacieli di New York.
    Allora, anche per questo, intendo dedicare l'ultima uscita dell'anno della mia 4 Minuti a quello che, non solo in ambito finanziario, è decisamente il tema del momento, e all'azienda che ha sdoganato tutto questo portandoci ad esplorare qualcosa di nuovo, qualcosa dai potenziali effetti dirompenti come dirompente fu l'avvento di internet nei primi anni del 2000.
    Ma partiamo da una semplice domanda...

    Troppo grande per fallire?
    Solo in pochi ne sono realmente al corrente, ma sul successo della startup americana ChatGPT si sta giocando una scommessa del valore di migliaia di miliardi che coinvolge giganti tecnologici, banche, fondi, milioni di risparmiatori e, forse, anche il governo americano.

    Fondata nel 2015, OpenAI è uscita dal cono d’ombra delle startup nel 2022.
    Con il lancio di ChatGPT ha bruciato sul tempo le altre società al lavoro sull’intelligenza artificiale: il chatbot ha raggiunto un milione di utenti in cinque giorni, 100 milioni in due mesi.
    Questo ha reso l'AI un fenomeno di massa, e il suo fondatore, Sam Altman, l’araldo di una nuova rivoluzione industriale.
    Da allora OpenAI ha iniziato a ragionare in miliardi, costruendo una fitta rete di accordi per alimentare la sua ambizione di portare l’AI nelle case e negli uffici.

    L’intelligenza artificiale ha bisogno di un'enorme potenza di calcolo?
    Ecco gli accordi con i giganti del cloud Microsoft, Oracle e CoreWeave.

    I data center devono essere riempiti di chip all’avanguardia?
    Saranno Nvidia e Amd a fornirli ad OpenAI.

    Nel giro di pochi mesi, perlopiù senza l’aiuto di consulenti, la startup ha assunto impegni di spesa per 1.400 miliardi di dollari nei prossimi otto anni, una somma superiore all’intero Pil della Turchia.
    Riuscirà a onorarli?
    Bella domanda...

    Secondo documenti ottenuti dal Wall Street Journal, la startup stima di “bruciare” denaro per almeno altri cinque anni, arrivando a perdere 74 miliardi nel 2028.
    Il primo utile dovrebbe arrivare nel 2030, quando OpenAI prevede di toccare 200 miliardi di ricavi.
    Da qui ad allora, quindi, la sua sopravvivenza dipenderà dalla capacità di raccogliere soldi per coprire costi e perdite.
    Ne serviranno tanti.
    Non a caso, sul mercato già si parla di una sua prossima quotazione a Wall Street, con una valutazione attesa superiore ai 1.000 miliardi di dollari, doppia rispetto all’attuale.
    Per un confronto, Google debuttò nel 2004 a 23 miliardi, Nvidia nel 2009 a 1,5 miliardi (oggi ne vale 4.500).

    Impegni di spesa e valutazioni trilionarie poggiano sulla tesi che l’AI cambierà non solo il modo di produrre delle imprese, ma anche le abitudini di vita delle persone.
    E che OpenAI sarà alla testa di questa rivoluzione.
    E se qualcosa dovesse andare storto?
    Se l’adozione dell’AI dovesse andare a rilento?
    Se OpenAI fosse, nel frattempo, superata da concorrenti come Gemini di Google, Anthropic o Perplexity?
    Anche se OpenAI non dovesse chiederlo esplicitamente, il governo americano potrebbe essere comunque costretto, se qualcosa dovesse andare storto, a salvare la startup.
    Altman e la sua creatura sono infatti diventati il centro di gravità dell’intero ecosistema dell’AI, all’interno del quale già non sono più chiari i confini tra fornitore, cliente, investitore e creditore.
    OpenAI si è, per esempio, impegnata a pagare 300 miliardi nei prossimi cinque anni per i data center di Oracle e 10 gigawatt di chip da Nvidia.
    Nvidia stessa, in cambio, ha annunciato un investimento da 100 miliardi nel capitale di OpenAI ed è diventata azionista di CoreWeave, che, a sua volta, ha un contratto da 22 miliardi per la fornitura di cloud alla startup di Altman.
    Microsoft è poi azionista di OpenAI, suo fornitore di cloud e, allo stesso tempo, cliente di ChatGpt, con cui vige un meccanismo di condivisione dei ricavi.
    Insomma, un dedalo di accordi all’interno dei quali è difficile orientarsi, con una domanda che sorge spontanea: sono collaborazioni virtuose fra campioni tecnologici che si preparano a cogliere un’opportunità economica epocale, oppure l’andirivieni di capitali tra un’azienda e un’altra serve a gonfiare artificialmente l’entusiasmo per l’AI?

    Nelle ultime settimane qualche dubbio ha iniziato ad affiorare.
    Alla fine sono sempre i ritorni sugli investimenti a guidare i mercati, e le attuali startup AI non stanno generando profitti sufficienti a giustificare le loro enormi valutazioni.
    La finanza e gli investimenti ci chiedono sempre di essere contemporanei, cioè di saper leggere il mondo.
    Nessuno sa ancora esattamente se di bolla si tratta, se si sta gonfiando, o, peggio, se sarà destinata a scoppiare.
    Nel frattempo, massima attenzione!
  • Siamo ormai giunti alla fine di questo 2025.
    La mia prossima 4 Minuti sarà datata 09/01/2026.
    Non mi resta quindi che augurarti delle Serene Festività.
    Un caro saluto.

    Davide