Ormai ci siamo dentro con entrambi i piedi: il 2026 ha preso il via e, come d’abitudine, fioccano un pò dappertutto le previsioni per il nuovo anno.
Previsioni sul meteo, sui segni zodiacali, sull’esito del campionato di calcio ... non possono certo mancare tonnellate di report pronti a disegnare la strada che ci aspetta anche nei mercati finanziari.
Più che prevederlo, questo 2026, sarebbe però meglio prepararsi al 2026.
Qui la differenza è sostanziale: prevedere significa tentare di indovinare dove andranno i mercati e quali asset saranno i più performanti, prepararsi, invece, significa comprendere i fenomeni strutturali in atto e utilizzare soluzioni e metodi che consentano
di attraversare nel migliore dei modi una varietà di scenari plausibili.
Il punto, dunque, è quello di concentrare l’attenzione sulle tendenze che modellano e cambiano il mondo, non sui movimenti che lo interesseranno da qui a qualche mese.
Di seguito vado allora ad affrontare 3 “forze trasformative” che sicuramente plasmeranno l’economia globale in modo sempre più visibile e concreto in questo nuovo anno.
Occorrerà tenerle bene a mente, soprattutto in una logica di investimento e di pianificazione finanziaria di lungo periodo.
GEOPOLITICA: da evento sporadico a condizione strutturale e permanente
Per anni la geopolitica è stata percepita come un elemento episodico, un rischio da monitorare ma pur sempre esterno rispetto alla struttura dei mercati.
Oggi non è più così, e conviene abituarsi in fretta a questo nuovo contesto.
Sei al corrente di quanti conflitti armati attraversino oggi il nostro pianeta?
Si stima siano 59, il numero più alto dalla seconda guerra mondiale.
Dall’ancora irrisolta aggressione russa in Ucraina ai conflitti mediorientali solo parzialmente sopiti, dalle continue tensioni USA-Cina alle più ampie contrapposizioni tra Occidente e Paesi Emergenti, dalla deglobalizzazione alle misure protezionistiche, la geopolitica sta sempre più generando una dispersione di valore.
Non serve allora prevedere il prossimo shock, serve piuttosto accettare di vivere in un mondo dove gli shock sono una parte integrante del sistema e riuscire ad attraversare indenni queste crisi.
Per il 2026, tutto questo si tradurrà in implicazioni molto concrete.
La creazione di ricchezza da parte dei diversi paesi sarà molto probabilmente più disomogenea, e, dal punto di vista finanziario, la volatilità potrebbe essere meno profonda ma più frequente, in linea con la metamorfosi che ci porterà a convivere
con continue tensioni tra diverse aree del pianeta.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: la nuova rivoluzione industriale
Quando si parla di intelligenza artificiale si commette spesso l’errore di pensare a una moda o a un tema settoriale, in grado di impattare prevalentemente nel mondo tecnologico.
Le cose, però, stanno diversamente: stiamo assistendo a una nuova era, una nuova rivoluzione industriale, una forza orizzontale che attraversa ogni settore, ogni modello di business e ogni filiera economica.
Un mercato stimato oggi in quasi 750 miliardi di dollari, con 252 miliardi di investimenti privati registrati nel 2025 in quest'ambito, in crescita del 45% sul 2024.
E considera che c'è ancora tantissimo da fare: si stima infatti che soltanto un'azienda su 8 sia oggi davvero strutturata e organizzata per lavorare a dovere con l'ausilio dell'AI.
Quante aziende nasceranno dal nulla e avranno una scalabilità impressionante proprio grazie all'AI?
Non si tratta pertanto di chiedersi se nel 2026 convenga o meno investire in AI dopo che “i titoli tecnologici sono saliti così tanto”.
Si tratta invece di capire in che modo il fenomeno sta letteralmente trasformando la produttività, i margini aziendali, la concorrenza e di conseguenza anche il metodo con cui effettuare valutazioni di opportunità finanziaria.
È fuori discussione che continueremo ad assistere a un aumento di efficienza e a costi marginali ridotti per le aziende che integreranno nel proprio processo l’intelligenza artificiale, cosa che peraltro è già ben evidente nei dati, visto che molte imprese hanno raggiunto livelli di marginalità mai immaginati prima.
Non siamo davanti a un fenomeno temporaneo, ma ad un cambio strutturale nel quale sarà determinante saper distinguere tra chi sarà in grado di sfruttare questa rivoluzione e chi invece la subirà.
Al proposito, come si è sempre verificato in occasione delle più radicali trasformazioni, è del tutto naturale prevedere contraccolpi.
Crescita e innovazione passano sempre attraverso fasi difficili e dolorose.
La riallocazione della forza lavoro sarà inevitabilmente una di queste.
L’AI, pur spaventando e dividendo, sta già ridisegnando interi settori e riorientando individui e capitali.
Non si tratta pertanto di “un tema del 2026”, ma di una nuova chiave con cui leggere e interpretare la crescita del futuro e, dunque, anche la dinamica dei potenziali rendimenti attesi.
TRANSIZIONE ENERGETICA: non solo l'auto elettrica o i pannelli fotovoltaici
Come l’AI, anche questa è una tendenza molto più trasversale di quanto si è portati a pensare.
Non è più soltanto l'auto elettrica o i pannelli fotovoltaici, ma una questione che si interseca con economia reale e politiche pubbliche, oltre che con la geopolitica.
E, soprattutto, è un processo oneroso.
Richiede tempo, grandi capitali e una gestione attenta delle risorse.
Da un lato, appare evidente che gli investimenti nei prossimi anni saranno massicci e inevitabili.
Settori come industria, energia e infrastrutture, solo per citarne alcuni, dovranno impiegare molto denaro per adeguare impianti, ridurre emissioni e migliorare l’efficienza.
Questi investimenti potrebbero comprimere la marginalità, ma diventano indispensabili se si vuole mantenere competitività e proiettarsi nel futuro.
Dall’altro lato, tuttavia, molti Paesi e governi dovranno fare i conti con il presente, oltre che con il futuro.
Servirà infatti garantire energia subito, non soltanto assicurare fonti pulite più avanti.
Pensa, ad esempio, all'enorme quantità di energia di cui avranno bisogno i data center per far girare l'AI.
La transizione, dunque, non sarà un processo lineare, ma servirà un percorso di adattamento che è bene aver chiaro da subito.
Ancora, ci saranno materie prime oggetto di forte domanda ma la cui offerta è rigida o comunque non così elastica: rame, litio, nickel, grafite, terre rare...
Tutto questo per dirti che, anche in questo caso, il percorso rappresenta un’opportunità di lungo periodo nella quale gli ostacoli e le criticità di breve vanno messe in preventivo.
Ma torniamo alla questione di partenza: prepararsi, più che prevedere.
Molto concretamente, prepararsi significa anzitutto dotarsi di un portafoglio di investimento che non si domandi quale scenario ci sarà in questo nuovo anno, ma che sarà in grado di farsi trovare pronto, qualunque esso sia.
Che il mondo acceleri o rallenti, un portafoglio costruito bene convive con la volatilità senza esserne mai travolto.
Può sembrare riduttivo e banale insistere ancora con la prima regola in assoluto, quella della diversificazione.
Ma quale altro approccio è in grado di esporsi alle tante aree geografiche del mondo, le stesse che la geopolitica tende a frammentare?
O a consentire di cogliere le diverse profondità con cui l’AI andrà a influenzare i vari ambiti e settori?
O, ancora, a porre attenzione alle dinamiche generate dalla transizione climatica?
Anche per il 2026, quindi, non ci sarà bisogno di un Frate Indovino.
Ci sarà bisogno di costruire bene.
Con lo sguardo sempre attentamente orientato agli unici cambiamenti e progetti che contano davvero: i tuoi e quelli delle persone a te care.