Nessuno sembra volerci più prestare la giusta attenzione, ma sempre più il mondo nuota nel debito.
Ma cosa significa questo, in concreto, per i tuoi investimenti?
Il debito pubblico globale ha ormai superato i 106.000 miliardi di dollari, in salita dai 96.000 del 2024.
Nei prossimi anni il Fondo monetario internazionale stima che supererà il 100% del Pil globale.
I governi, invece di frenare, stanno aumentando la spesa per finanziare gli investimenti in Difesa, per sostenere lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, oltre che il sempre più pressante problema dell'invecchiamento della popolazione e dunque dello
stock delle pensioni.
Per non parlare poi dell'adattamento ai cambiamenti del clima...
La spesa pubblica è così un vero e proprio strumento di potere e ridurla significa perdere terreno.
Tutto questo porta con se concrete e inevitabili conseguenze per i mercati, per i tassi d'interesse e per i nostri investimenti.
Per capire meglio la portata del fenomeno, alla fine degli anni '80 il rapporto debito/Pil degli Stati Uniti era attorno al 22%.
Oggi l'indebitamento federale totale americano è attorno al 125% del Pil e si stima raggiungerà il 156% nel 2055.
In passato il debito di Stato cresceva durante le guerre per scendere poi nei periodi successivi.
Oggi siamo in una fase di guerra, di confronto tra potenze e di enormi cambiamenti tecnologici, e, pur partendo da un pavimento già altissimo, nessuno sembra voler contenere la spesa.
La situazione potrebbe peggiorare ulteriormente se i tassi d'interesse salissero più del previsto e rallentassero la già anemica crescita, soprattutto europea.
Ma non solo Stati Uniti ed Europa: negli scorsi 15 anni anche l'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo si è ingigantito.
Fissando una base 100 al 2010, il debito pubblico delle nazioni sviluppate è salito a 160, quello dei Paesi in via di sviluppo a 380 e quello di questi ultimi esclusa la Cina a 240.
In un contesto caratterizzato da elevati rendimenti dei titoli di Stato (il Treasury americano decennale rende il 4%, mentre il Bund tedesco il 2,8%), ogni anno gli Stati si troveranno a destinare una quota sempre più crescente del proprio bilancio al
solo pagamento degli interessi, sottraendo risorse dirette all'economia e agli investimenti produttivi, oltre che alla sanità, alle infrastrutture e altro ancora.
Il circolo vizioso è evidente: più debito = più interessi = minore spazio fiscale = più debito ancora.
La tendenza potrà andare avanti fino a che i mercati, cioè gli investitori, non troveranno troppo rischioso finanziare Stati troppo esposti.
In tutto questo, l'Italia sembra essere uno dei pochi Paesi consapevole della gravità della situazione.
Il nostro debito pubblico, già ora al 137% del Pil, non ammette voli pindarici.
La sensibilità a questi temi è per noi alta e le soluzioni strutturali restano molto complesse.
Ma, vista la situazione, cosa potrebbe succedere nel corso dei prossimi anni?
4 sono i possibili scenari principali, ognuno con le sue diverse implicazioni per i mercati:
1. Forte crescita economica: sarebbe questo il modo più virtuoso per ridurre il peso del debito.
Se il Pil cresce più velocemente degli interessi, il problema si ridimensiona.
Cosa ovviamente possibile, ma richiede importanti riforme strutturali che i governi faticano a mettere in atto.
2. Surplus di bilancio: i governi tagliano la spesa e aumentano le tasse per creare un avanzo.
Cosa decisamente impopolare sotto l'aspetto politico, e pertanto di complicata implementazione.
3. Elevata inflazione: l'inflazione erode il valore reale del debito.
Le banche centrali, invece di combatterla, potrebbero essere tentate di tollerarla.
Sarebbe questa una pessima notizia per chi detiene molta liquidità, oltre che titoli obbligazionari a tasso fisso.
4. Monetizzazione del debito: le banche centrali comprano titoli di Stato stampando moneta.
Misura estrema già vista in passato, che in forme però più aggressive potrebbe diventare destabilizzante.
Che cosa dovrebbe fare allora un investitore per mettersi al riparo da tutto ciò?
- Ricorda sempre che la diversificazione è una valida protezione, soprattutto sotto l'aspetto geografico: meglio allora non esporsi al solo debito italiano e alla sola area euro.
- E' molto importante prestare attenzione alla durata dei titoli obbligazionari in portafoglio: in un contesto di tassi elevati e debito crescente, i titoli a lunga scadenza sono sempre i più volatili e vulnerabili.
- Non ignorare le azioni: le aziende solide e con importante pricing power reggono storicamente meglio rispetto ai titoli di Stato nei cicli inflativi.
- Parlare con il proprio consulente: ogni portafoglio d'investimento ha le sue peculiarità.
Questi scenari macro vanno per forza di cose calati nella propria specifica situazione.
In periodi come questi, in conclusione, ci tengo sempre a ricordarti che la strategia vincente è la disciplina, non la reazione.
L'emotività è il principale nemico dell'investitore, e le decisioni guidate dalla paura, come quella di "uscire dal mercato per poi rientrare quando torna la calma...", si rivelano quasi sempre fallimentari.
Nei momenti di difficoltà, infatti, il rischio maggiore è quello di rompere il proprio piano di investimento in preda alle emozioni, in preda ai titoli allarmistici o all'illusione di dover fare qualcosa quanto prima.
Più che inseguire la notizia, conta mantenere coerenza con la propria strategia e, se necessario, intervenire con razionalità, non certo con fretta.
Diversificazione, orizzonte temporale, metodo, disciplina, controllo delle emozioni e coerenza con i propri obiettivi.
Non sono parole astratte, sono ciò che aiuta a non trasformare una (possibile) crisi di mercato in un errore personale che può lasciare a lungo il segno.